Il 30 Gennaio 1972 a Derry, in Irlanda del Nord, l’esercito regolare britannico fece volontariamente fuoco e uccise 14 cittadini inermi che partecipavano ad una marcia per i diritti civili, a Derry. Questo evento, battezzato con il nome di “Bloody Sunday” (Domenica di sangue), fu un momento chiave nella travagliata storia moderna dell’Irlanda: il conflitto si trasformò in guerra civile,e sull’onda di quella tragedia molti giovani furono spinti ad entrare nelle file dell’I.R.A. dando così vita ad un ciclo di violenze che durerà venticinque anni.
Due giorni dopo la Domenica di Sangue, il governo inglese istituì una commissione d'inchiesta presieduta da Lord Widgery, Presidente della Corte di Giustizia. Lord Widgery ritenne veritiera la versione fornita dall'esercito inglese, secondo cui i soldati, quando fecero irruzione nel Bogside, erano sotto al fuoco degli uomini dell'IRA. La sua conclusione fu che esistevano fondati sospetti che alcune vittime fossero armate e quindi il comportamento dell'esercito fu assolutamente giustificato. Nessuno dei soldati che sparò nella Domenica di Sangue è mai stato punito. Anzi, gli ufficiali che pianificarono e guidarono l'operazione furono decorati dalla regina.
Nel 1998,però, il premier inglese, Tony Blair, dopo diverse trattative con il Sinn Féin, aprì una commissione d'inchiesta. Che avrebbe dovuto concludere il suo lavoro nel 2005. Ma che ovviamente non è stato concluso. Un nuovo rapporto è atteso per quest'anno. Il popolo d'Irlanda attende verità e giustizia.
« Poiché i nostri popoli sono sull'orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l'onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l'abolizione della censura e la proibizione di Zpravy[3]. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s'infiammerà » J.Palach
Come ogni anno,ahimè, arriva questa triste ricorrenza. Trentuno anni fa un commando di terroristi, legati alla cellula romana delle Brigate Rosse, fece fuoco contro i militanti dell'allora sezione del Fronte della Gioventù - MSI di Acca Larenzia (all'Appio-Tuscolano), uccidendo Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, e ferendo in maniera lieve gli altri ragazzi presenti insieme a loro all'uscita dalla sezione. Là dove si erano riuniti per scambiarsi gli auguri post-feste e organizzare un volantinaggio per un concerto di musica alternativa, calò la morte sotto forma di odio e follia politica. La sera stessa il tam tam di voci si sparse tra i camerati della capitale, e accorsero lì. Una cicca di sigaretta gettata nella pozza di sangue, o una parola detta male, e si scatena il parapiglia nel piazzale. E un'agente dei carabinieri fa fuoco su Stefano Recchioni, uccidendolo. Uno dei tanti ragazzi del Fronte accorsi sul posto a vegliare i propri camerati.
L'anno successivo, per ricordare i ragazzi uccisi, venne organizzata una manifestazione proprio lì sotto. Il clima incandescente fece propendere il questore all'annullamento della manifestazione. Facendo di fatto aumentare la rabbia dei ragazzi di destra, i quali decisero, nonostante il divieto assoluto, di farlo comunque,a loro rischio e pericolo. Le forze dell'ordine glielo impedirono,e ne venne fuori un pomeriggio di scontri. Nei quali un altro ragazzo, Alberto Giaquinto (ex Fronte della Gioventù, e pare in orbita NAR), mentre correva,venne ucciso con un colpo alla nuca. Ancora una volta una pallottola. Ancora una volta una pallottola delle forze dell'ordine.
Una delle pagine più tristi degli anni di piombo viene ricordata anche quest'anno. E quest'anno assumerà una valenza anche maggiore. Infatti,il sindaco Alemanno ha deciso di intitolare la piazzetta di Acca Larenzia, alle "vittime di Acca Larenzia". Sicuramente un gran passo avanti verso quella memoria condivisa che tutti ci auspichiamo.
"E una sera di Gennaio resta fissa nei pensieri, troppo sangue sparso sopra i marciapiedi. E la tua generazione scagliò al vento le bandiere, gonfiò l'aria di vendetta senza lutto nè preghiere..."
Si dice, tra i pessimisti, che in fondo rimanga sempre mezzo vuoto. Però, agli sgoccioli di questo anno che si conclude, lasciateci brindare con il bicchiere mezzo pieno. Perché, certo, il 2009 è stato un anno di grosse difficoltà per il paese: dalla grande crisi economica, al terremoto in Abruzzo, agli scandali e alle tensioni parossistiche che questi hanno scatenato. È stato l’anno nel quale un premier addirittura è stato ferito durante una manifestazione. E c’è stato pure chi ha esultato al gesto. È stato l’anno dei conflitti istituzionali, delle parole grosse, degli appelli “democratici” in heavy rotation. Da tutto ciò si potrebbe affermare che il 2009 per l’Italia sia stato un annohorribilis: per lo meno per la politica e i suoi protagonisti.E invece non è proprio tutto da buttare. Perché sempre il 2009 è stato anche l’anno della nascita del partito unico del centrodestra, del congresso del Partito democratico, delle grandi manifestazioni democratiche (alcune un po’ populiste, ma fa parte della casistica). Insomma, la stagione è stata complessa. Il sistema politico per primo è stato messo sotto pressione da fattori a volte estranei ai fatti della politica: a volte con responsabilità proprie a volte con invasioni di “campo”. Però, nonostante questo, oggi il paese ha davanti a se due grandi partiti di massa che rappresentano al loro interno posizioni articolate e plurali. Due partiti che non hanno solo semplificato il quadro politico, ma che al loro interno (con tutte le difficoltà delle grandi opere) hanno iniziato un cammino di sintesi fra le culture che li compongono con l’obiettivo di stabilizzare una transizione che non può essere infinita. E che i tempi non si ripetano sempre uguali lo dimostra il fatto che su alcuni fondamentali i due partiti si ritrovano: come ha ricordato ieri il presidente della Camera Fini in Libano sull’argomento delle missioni militari all’estero. Adesso nessuno chiama i nostri soldati “mercenari”, un passo avanti. Il bello (e forse difficile) adesso sarà far comprendere all’interno di questi stessi partiti che ciò è un segnale di ricchezza. E non materiale appetibile per dietrologia e retroscenismo. Ma, come abbiamo detto, preferiamo guardare il bicchiere mezzo pieno.Quella di quest’anno è stata una stagione dove la politica è finita ovunque. Pure dove forse era meglio che non ci stesse. Come nel caso delicatissimo di Eluana Englaro che per settimane ha visto il Parlamento trasformato in una bolgia dove i confini del buonsenso sono stati superati un po’ da tutti. La politica è finita poi a giudicare comportamenti etici (degli altri) per poivergognarsi un po’ dei propri. Questo è stato anche l’anno dei “falchi”, delle parole fuori luogo, degli anatemi fuori tempo (siamo o no in una società fieramente postideologica?). È stato l’anno delle campagne di informazione scandalistiche, dei fantomatici “dossier”. Per fortuna però che questo è stato anche l’anno delle “colombe”, dei buoni intendimenti, della volontà di una politica declinata verso la normalizzazione del confronto. E qualcuno, nel mondo dell’informazione, ha cercato di fare lo stesso. Per questo preferiamo vederlo mezzo pieno questo bicchiere.Questo 2009 è stato un anno davvero complicato. Tutto, a un certo punto, sembrava dover essere messo in discussione un po’ da tutti: le istituzioni, il voto popolare, il governo, la magistratura. Avrà avuto più audience la dichiarazione di un pentito di mafia che il messaggio di fine anno del presidente della Repubblica (ovviamente speriamo di no!). Alla fine, fuor da ogni di inciucio, lasciateci brindare con il bicchiere mezzo pieno. Perché, proprio alla fine dell’anno, qualcosa si è mosso. E non solo perché dopo l’aggressione al premier Berlusconi il fronte dei volenterosi del dialogo si è allargato anche alla fetta maggioritaria del Pd. Ciò che si spera adesso è che si sia toccato l’apice dello scontro e, resisi tutti conto di quali danni possono essere arrecati, il passo indietro sia in realtà un passo avanti verso una stagione costituente. Non è per essere inguaribili ottimisti - perché di cose da fare ne restano tante: dalle risposte strutturali al periodo post-crisi, alle riforme istituzionali fino a quella del “merito” – ma perché nel paese reale la misura è colma. E la politica, forse, inizia a rendersene conto.Un ultimo appunto sul Pdl. È vero è stato l’anno della sua fondazione e della nascita del primo partito italiano. È vero anche però che alcuni meccanismi sono ancora lenti, che la dialettica troppo spesso viene liquidata come frondismo e che la democrazia interna debba essere guardata di più come un fattore costruttivo che come un impiccio da condominio. Ma è un fatto che (mentre nell’opposizione ci si interroga ancora su quanto sia “di sinistra” l’uno o l’altro, o su quanto “anti” sia quello o l’altro) la vivacità con la quale la destra italiana si confronta su tutto – dalla laicità alle ragioni della fede nel fatto pubblico, dalla sicurezza all’integrazione per gli immigrati, dalla giustizia alla moralità in politica - avvicini un po’ il paese tutto a quella dimensione europea di Sarkozy, Cameron, Merkel. Quelli di “destra”, per intenderci. Lo ha ricordato, ai politici e ai colleghi, oggi una firma che non le manda a dire come Filippo Facci su Libero spiegando come sia anche grazie al contributo di certe “minoranze” che il centrodestra italiano è innovativo su certe tematiche. Assieme a lui, e con tutti voi, chiudiamo l’anno brindando con il bicchiere mezzo pieno. E speriamo, in fondo, che il calice dell’anno prossimo sia un po’ più generoso.
Ieri, 19 ottobre, Giovane Italia, Azione Universitaria e Azione Studentesca hanno effettuato presidi in piazze, atenei e nelle scuole capitoline, raccogliendo firme per richiedere il blocco della
commercializzazione della pillola e facendo compilare un questionario per verificare quanti giovani conoscano i gravi danni che questa pillola comporta. Effettuando, di fatto, una grande mobilitazione informativa contro l'ennesimo grave attacco alla tutela del nascituro e della maternità.
Ecco quanto riportato nel volantino distribuito ieri in storici licei romani come il Convitto Nazionale, il Giulio Cesare, l'Azzarita, il Cannizzaro, l'Alberti, nelle università della Sapienza, di Roma Tre e Tor Vergata, nelle piazze da San Giovanni al quartiere Trieste, dalla Balduina a Centocelle:
"NO ALLA COMMERCIALIZZAZIONE DELLA Ru486. SI ALLA VITA
Quest'estate l'agenzia italiana del farmaco ha vagliato l'ipotesi se consentire o meno in Italia l’uso della pillola abortiva Ru486, dopo che nel febbraio del 2008 aveva espresso un parere favorevole, stesso anno nel quale il disastroso Governo Prodi si muoveva in tal senso chiedendo pareri al Consiglio superiore di Sanità sull’impiego del farmaco. Dopo una momentanea interruzione dell'iter voluta dalla Commissione Sanità del Senato, in questi giorni l'A.I.Fa. haultimato le procedure per definirne la commercializzazione in via definitiva.
La pillola abortiva, alternativa all’aborto chirurgico, viene da sempre presentata come un metodo ‘indolore’ e ‘veloce’ per ricorrere all’interruzione di gravidanza. In realtà i rischi per una donna sono molteplici e vengono confermati dalle 29 morti causate direttamente dall'utilizzo della Ru486, senza contare i gravissimi risvolti psicologici che la stessa riversa nei confronti della madre.
La Ru486, infatti, può essere utilizzata solamente nelle prime settimane di gravidanza, mettendo alle strette la donna nella sua decisione e aumentando il rischio della sindrome che ha rovinato la vita a numerose donne, la cosiddetta “sindrome depressiva post abortiva”. L’aborto volontario è di fatto un momento critico per una donna: ridurlo a tre semplici pasticche prese con un bicchiere d’acqua non può essere la giusta risposta. La sindrome post abortiva può essere accentuata dopo un aborto farmacologico, proprio perché la scelta viene fatta più in fretta, istintivamente e senza l’adeguato supporto sanitario.
Questa che viene spacciata per un baluardo del progresso e della civiltà, non è altro che l'ennesima scappatoia nei confronti dei “problemi della gravidanza”, rischiando di far diventare la pillola abortiva un nuovo anticoncezionale, atto a deresponsabilizzare l’intera società su un argomento così delicato come l’aborto.
In Italia c’è bisogno di politiche che incentivino la natalità e non di nuove scorciatoie, pericolose per la salute della donna, per interrompere bruscamente la gravidanza.
PER QUESTO CHIEDIAMO
-Il bloccodell’iter per la legalizzazione della pillola abortiva;
-Informazione consapevole all’interno dei consultori e la completa applicazione della legge 194,per tutelare la vita e ridurre gli aborti;
-Politiche a tutela della famiglia, della natalità e della maternità. "
Dal comune di Roma fanno eco i consiglieri del PdL, esprimendo vicinanza e sostegno alla causa portata avanti dalla Giovane Italia, annunciando che avrà eco anche nell'aula Giulio Cesare, al Campidoglio.
Anno accademico nuovo, vecchi problemi. Mai risolti. Gli studenti universitari, da quattro anni, aspettano risposte concrete dalla giunta Marrazzo su trasporti, mense, residenze pubbliche, affitti in nero nelle abitazioni private. Azione universitaria si fa promotrice dell'iniziativa "Diritto allo studio...chi l'ha visto?" richiedendo la risoluzione degli atavici problemi che ammorbano l'Adisu di Roma 3. L'Agenzia gestita per 4 anni per vie commissariali dalla giunta Marrazzo è ora che ponga nuovamente al centro di tutto lo studente, riattivando formalmente le rappresentanze studentesche, vera ragione dell'esistenza di un agenzia per il diritto allo studio.
Il rappresentante di Azione Universitaria nel CDA di Laziodisu, Marco Cossu, commenta: “Auspico a breve un incontro con il neo assessore regionale all’Istruzione Di Stefano per aver modo di poter affrontare in modo concreto i problemi dei diritto allo studio e più in generale dell’azienda Laziodisu. A seguito della nostra iniziativa di questa mattina nell’ateneo Roma Tre – sottolinea Cossu – ribadisco l’urgenza e l’importanza di un confronto su questi temi sui quali l’amministrazione Marrazzo è stata molto carente, mi auguro che Di Stefano accolga questa mia richiesta in modo da poter avviare a breve un interscambio costruttivo ed efficace”.
Domenica e lunedì milioni di italiani sono chiamati alle urne per esprimere il loro consenso riguardo il referendum sulla legge elettorale.
In primis andrebbe detto che un popolo che abbia un minimo di senso civico dovrebbe presentarsi ai seggi anche per esprimere un eventuale dissenso nei confronti di un quesito referendario. Ci si lamenta spesso e troppo a volte della mancanza di democrazia partecipata, della totale assenza di condivisione da parte della società civile delle scelte politiche che segnano il nostro Paese e le future generazioni. In questi giorni abbiamo la possibilità di avvicinarci alle Istituzioni e di far sentire loro la nostra voce; gli Italiani sono presenti, vivi, attenti a ciò che realmente interessa al Paese e non ai gossip e pettegolezzi che solo un Paese puritano può prendere come riferimento nei giudizi di un'amministrazione politica.
Quindi l'esortazione ad andare a votare, a prescindere dalle intenzioni, è un esortazione alla partecipazione civica e politica; un grido di libertà morale che ognuno di noi dovrebbe sentire proprio.
Entrando invece nel merito dei quesiti referendari occorre, a parer mio, constatare un dato: nel 1993 gli italiani si sono espressi, con largo consenso, in modo favorevole nei confronti di un sistema elettorale maggioritario che semplifichi il quadro politico e renda il nostro Paese governabile. La vittoria di quel referendum fu un chiaro segnale di come il popolo avesse l'intenzione di avvicinarsi a democrazie compiute come quella Anglosassone e Americana rispetto a quelle ancora troppo partitiche come in Spagna e in Germania.
Nella XIV legislatura è stata varata una legge che ha solo in parte recepito quella volontà popolare scaturita dalla vittoria referendaria.
E' stato elaborato un sistema proporzionale - maggioritario con il sistema delle coalizioni; legge elettorale che introduce per la prima volta la designazione del Capo coalizione come designato Presidente del Consiglio ( attuando una fictio juris nei confronti delle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica ), ha creato degli sbarramenti alti sia alla Camera che al Senato per le liste che non si presentino in una coalizione e, dato più importante e tipicamente maggioritario, ha inserito il premio di maggioranza per la coalizione che riceva la maggioranza relativa dei voti. Premio di maggioranza che viene distribuito a livello nazionale alla Camera e a livello regionale al Senato; questo a causa di un interpretazione letterale della Costituzione ( fortemente voluta dal Presidente Ciampi ) che prevede l'elezione dei rappresentanti del Senato su base regionale.
Il premio di maggioranza rende il Paese più governabile, più coeso e sicuro nelle sue Istituzioni. Vi è stata una profonda semplificazione partitica grazie a questa legge; con questo referendum si potrà fare ancora meglio. E vi spiego il perché?
Perché dovremmo aspettare che il Parlamento modifichi questa legge se possiamo essere NOI lo stimolo per fare ciò? Perché dovremmo sottostare a ricatti politici, sia in maggioranza che in opposizione, di partiti che sono restii all'instaurarsi di un bipartitismo compiuto? Perché non essere NOI il motore di una scelta politica che questo Parlamento, per consuetudine costituzionale, non può non tenere conto?
I primi due quesiti referendari riguardano il premio di maggioranza alla Camera e al Senato; ovvero si chiede al cittadino se vuole che questo premio sia spostato dalla coalizione al partito che riceva la maggioranza relativa dei voti.
Se dovesse passare il SI ci ritroveremmo in uno scenario politico nel quale il PDL e il PD potrebbero finalmente liberarsi di ogni compromesso politico con i propri alleati e pensare a delle strategie di governo a lungo termine. Ovviamente il gioco non è così semplice; ma un eventuale crisi di governo non farebbe che favorire questo processo. Il Parlamento si troverebbe di fronte una scelta netta, popolare, diretta verso il bipartitismo puro e non potrà far finta che il referendum non ci sia stato.
Il terzo quesito è quello meno problematico perché riguarda il buon senso; ovvero con il SI non sarà più possibile candidarsi, come fanno molti politici, in più collegi ma bisognerà sceglierne uno all'inizio delle elezioni.
Vedete, la portata di questo referendum non è stata capita da molti. L'importanza di dare un segnale evidente di svolta bipartitica e maggioritaria sarebbe una rivoluzione in termini per la classe politica di questo paese. Il risultato referendario non può essere disatteso da questa legislatura ma solamente migliorato; quindi se dovessero vincere i SI non si potrà tornare indietro ma semplicemente andare avanti; ovvero costruire un Paese moderno, efficiente, e che abbia delle Istituzioni veramente vicine al Popolo che ne detiene la Sovranità.
Azione Universitaria (Pdl): Il successo del Centrodestra al CdA di Laziodisu conferma fallimento gestione di Marazzo e dell’Assessore Costa rispetto al settore universitario
"Il plebiscito che ha segnato l'elezione di Marco Cossu in seno al Laziodisu, nelle fila di Azione Universitaria, esprime al meglio la necessità di rinnovare, cambiare, voltare pagina. Il nostro compito"aggiunge il Dirigente Nazionale di Azione Universitaria Ernesto Di Giovanni,"sarà quello di ridare credibilità a un'organo che ha il compito di segnare il futuro di centinaia di migliaia di giovani. Ecco perchè"conclude Di Giovanni, "si dovrà uscire al più presto da questa situazione di enpasse voluta dal centrosinistra. Ecco perchè la lotta ai baroni e una redistribuzione più oculata delle risorse entreranno finalmente a via Cristoforo Colombo".
“Sono stati finalmente eletti i 4 rappresentanti degli studenti del Consiglio di Amministrazione di Laziodisu, l’importante ente pubblico regionale per il diritto agli studi universitari nel Lazio che è stato commissariato dalla Regione nel lontano agosto 2005. L’elezione ha visto Azione Universitaria aggiudicarsi il primo seggio, una chiara conferma dei buoni risultati che il nostro movimento ha ottenuto alle elezioni nazionali per il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari e alle elezioni locali di Tor Vergata, Roma Tre e Sapienza, divenendo prima compagine studentesca a Roma e nel Lazio, grazie ad una politica forte e ad una stretta vicinanza con i giovani. La sinistra unita si è classificata solo al secondo posto appena davanti ai cattolici di Comunione e liberazione e ad un’altra lista di Centrodestra. Il 3 a 1 per l’opposizione regionale conferma il giudizio negativo degli studenti sul commissariamento dell’ente per il Diritto allo Studio universitario, su Marazzo e sull’opera della Costa, che è andata in Europa dopo quattro anni di gestione inefficiente”. Così Andrea Volpi, capogruppo del Centro Destra Universitario al Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari, dopo lo scrutinio tenutosi ieri sera presso la sede della giunta regionale del Lazio in seguito alle elezioni indette dall’Assessore Costa ".
“Azione Universitaria è stato il principale movimento studentesco a contestare in maniera costante e veemente la mala gestione dell’Assessore al Diritto allo Studio Costa e il Presidente Marazzo che hanno pensato più al collocamento e che, incoscientemente, hanno completamente abbandonato la politica delle borse di studio e dei trasporti, lasciando il campo ad occupazioni abusive degli alloggi pubblici. Auspichiamo al più presto “ sostengono congiuntamente Volpi e Di Giovanni “ che il Governo ed il Ministro Gelmini intervengano per mettere fine al sistema degli Enti Regionali che rappresentano dei carrozzoni che assorbono il 90% dei fondi allocati dallo Stato alle Regioni per il Diritto allo Studio universitario ”.
"La “questione Irlandese” è uno dei tanti nodi storici del quale si evita di parlare, non vi è luogo più adatto e momento più giusto di questa ricorrenza per ricordare gli abusi perpretati alla dignità, alla libertà e al diritto di autodeterminazione del popolo irlandese. L’intenzione della mostra è quella di sensibilizzare gli studenti sulla grandezza di questo popolo, spesso calpestato e deriso". Così Giuseppe Romano Consigliere d'amministrazione e nel giorno in cui si celebra San Patrizio, Patrono d’Irlanda, commenta la mostra organizzata da Azione Universitariadal tema “l’Irlanda e la Questione Irlandese” nella Facoltà di Economia del più grande Ateneo romano.
"Azione Universitaria ha riaperto il sipario su una storia troppo spesso sottaciuta dimostrando di essere sensibile ed attenta alle verità negate. Il fatto che il popolo Irlandese non abbia ancora raggiunto una piena indipendenza, e che la stessa nazione irlandese sia una realtà divisa politicamente, non significa che non vi sia una volontà indigena di unità, ma contrariamente una ferma opposizione perché questo si realizzi pienamente da parte della Gran Bretagna”. Così dichiara il Dirigente Nazionale di Azione Universitaria, Ernesto Di Giovanni che aggiunge "è un obbligo morale non dimenticare la “questione irlandese” e farsi portatori di un messaggio solidale verso i popoli oppressi, esigendo una soluzione pacifica di tutte le controversie internazionali, nel rispetto e nell’integrità dei popoli."
“Riteniamo comunque vergognose le azioni violente di matrice terroristica portate avanti negli ultimi giorni. Il desiderio di indipendenza non può giustificare in alcun modo questi atti, l’unica via possibile è quella dettata dalla ragione e dal buon senso. Non si dovrebbe insanguinare questa giusta causa, ma far comprendere al mondo la radicata necessità di autonomia ed indipendenza con i più nobili strumenti della politica” In questo modo Alessandro Caruso, Dirigente Nazionale di Azione Giovani, commenta in merito agli omicidi firmati dalla “Real Ira”.