sabato 12 maggio 2012
Pdl: 'Aaa cercasi Giovane Italia', lettera aperta dirigenti giovanili a vertici partito
LETTERA APERTA "AAA CERCASI GIOVANE ITALIA"
Questa mattina alcuni dirigenti giovanili e giovani amministratori del Pdl, hanno inviato a tutti i parlamentari del Popolo della Libertà e alle cariche del partito una lettera aperta avente per oggetto “AAA CERCASI GIOVANE ITALIA”.
“Da troppo tempo la Giovane Italia reagisce con inerzia e pigrizia di fronte a tutti gli avvenimenti che turbano e agitano il dibattito politico. Sono anni che non esiste la possibilità di partecipare al processo decisionale della nostra struttura. Il risultato è stato la totale assenza di posizioni e proposte in un periodo storico in cui si sarebbe dovuto alzare la voce su argomenti fondamentali, dalla riforma del mercato del lavoro, alle polemiche sull’energia nucleare, dal conflitto in Libia, fino alla drammatica crisi dei migranti a Lampedusa”, spiegano i promotori dell’iniziativa.
“Siamo felici - continuano - delle dichiarazioni, in riferimento alla legge elettorale, di Giorgia Meloni, Presidente Nazionale della Giovane Italia, il movimento giovanile del Nostro partito. Siamo felici che finalmente si torni a parlare di meritocrazia, di partecipazione, di scelte, tutti termini che nel movimento giovanile ci sembravano tristemente “passati di moda”. Peccato che questi aggettivi e queste parole piene di significato vengano utilizzate per parlare della legge elettorale e non rispetto a temi di grande urgenza per il Paese, come la dilagante disoccupazione giovanile, le riforme necessarie per l’Italia da attuare in un momento difficile e pesante per vincere la sfida della crisi”.
“Chiediamo quindi un rilancio della Giovane Italia, rendendola finalmente un movimento partecipato e militante. Noi invochiamo la partecipazione e luoghi dove poter condividere idee, battaglie ed iniziative, per essere in prima linea sulle principali tematiche di interesse giovanile. Le priorità del dibattito attuale giovanile sono altre, non la legge elettorale”, concludono.
Firmatari:
Jessica P. De Napoli – Dirigente Associazione Giovani del Pdl, Officina Futura, Consigliere IV Municipio Roma Capitale
Holljwer Paolo, Dirigente Associazione Giovani del Pdl, Officina Futura, Consigliere III Municipio Roma Capitale
Daniele Sabatini, Giovane Italia Viterbo, Assessore Comune di Viterbo,
Mauro Fantera, Dirigente giovani del Pdl Eurota, Assessore Comune di Fonte Nuova
Filippo Antonuccio, Dirigente giovani del Pdl Eurota, Consigliere Comunale Fonte Nuova
Riccardo Iotti, Giovane Italia Ardea, Consigliere Comunale Ardea
Marco Cossu, Dirigente Arcadia, Consigliere d’Amministrazione LazioDisu
Vitaliano Magro, Esecutivo Nazionale Azione Universitaria,
Michele Mannarella, Dirigente Arcadia
Giuseppe Romano, Consigliere di Amministrazione Università di Roma La Sapienza
mercoledì 28 marzo 2012
Treni-taglia in due lo Stivale
A 151 anni dall’Unità d’Italia, dopo le tante minacce di separazione da parte di fazioni politiche, una divisione della Nazione,di fatto, si sta lentamente compiendo. Ad opera delle Ferrovie dello Stato.
Un taglio che ha dell’assurdo. Trenitalia, società di proprietà al 100% delle Ferrovie dello Stato (quindi, con partecipazione statale attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze), infatti, pur gestendo cospicui fondi pubblici, presenta bilanci e struttura produttiva da azienda privata. Ma non è questo il problema, figuriamoci. Quanto, il farlo sulle spalle di determinati “settori”, quelli “meno appetibili” dal mercato.
Trenitalia, anzi, Treni-taglia, ha infatti, da un lato migliorato (e di molto) i servizi nei tratti più trafficati, dall’altro ha tagliato selvaggiamente in quelle zone meno trafficate.
A cominciare dal Mezzogiorno, sempre più isolato dai collegamenti. Per continuare con le tratte dei pendolari verso i grandi centri, e le altre zone del Centro e del Nord poco interessanti da un punto di vista di mercato. E per finire con il taglio dei treni notte che collegavano i passeggeri di varie parti d’Italia di notte, in tutta calma. In totale, sono state 21 le tratte soppresse nell’ultimo anno.
Il Sud è il caso più lampante di questi tagli. La Calabria e la Sicilia, nello specifico, i due esempi chiave. Dal Nord verso la Sicilia i treni sono stati soppressi. E per chi volesse scendere da Milano, Torino, Venezia,a Palermo in treno, lo potrebbe fare solo facendo scalo a Roma. I servizi sono peggiorati. Dall’orario (di mezz’ora in più rispetto a 30 anni fa), alla soppressione dei vagoni (da 10 a 8, in media), alla soppressione di intere fasce orarie. Gli abitanti di alcuni capoluoghi siciliani, come Agrigento o Ragusa, addirittura per prendere un qualsiasi treno saranno costretti ad arrivare a Palermo o Siracusa. E verso gli altri capoluoghi non esiste alcun collegamento.
In Calabria, ad esempio, i treni alta velocità che portavano a Reggio Calabria sono stati dimezzati, con orari improbabili e scomodi, senza alternative più economiche. Nella Locride si viaggia su una sola rete, e nemmeno elettrificata. I servizi interni (verso Catanzaro, Sibari e Lamezia) sono insufficienti, e nemmeno Gioia Tauro, il più grande scalo transhipment del Mediterraneo, ha raccordi efficaci con le reti italiane ed europee. Senza contare che la linea ionica, dopo 137 anni, ha chiuso i battenti. E su quella tirrenica si assiste ad una continua erosione che causa rallentamenti e deviazioni delle linee.
In Basilicata, la regione che, a livello di viabilità, è la peggiore d’Italia, gli orari dei treni e la loro qualità hanno subìto rigidi provvedimenti.
In Puglia il Salento è praticamente stato tagliato fuori dai collegamenti col resto d’Italia, e le altre zone non se la passano meglio.
E non si contano le volte in cui, in prossimità delle grandi feste, i costi dei biglietti sono stati alzati, a fronte di un servizio scadente e superficiale, e di un’eliminazione incomprensibile di vagoni. (Es. periodo di Natale 2011, intercity Roma-Napoli-Taranto, solo 4 vagoni, al contrario dei 9 del Natale 2010).
E per quanto riguarda i pendolari, la legge di stabilità ha tagliato qualcosa come 1,7 miliardi di Euro al trasporto regionale. I pendolari che arrivano a Roma, per esempio, si ritrovano spesso con orari impossibili, treni fatiscenti e stracarichi, e ritardi all’ordine del giorno.
E se si pensa che, di contro, per la stazione dell’alta velocità di Tiburtina sono stati spesi 330 milioni di Euro, le tratte da Milano a Roma sono diventate pressoché tutte ad Alta Velocità, con treni nuovissimi e lussuosi, e addirittura Trenitalia ha creato ben 4 classi per i passeggeri, su quei treni che viaggiano dal centro al Nord, c’è da rimanere amareggiati e delusi per la disparità abissale di trattamento.
A maggior ragione se consideriamo che le Ferrovie dello Stato continuano a percepire contributi da Stato e Regioni, con contratti di servizio a questi tracciati, e che sia il Trattato di Roma, sia la legge Italiana sulle concorrenze definiscono “I settori d’interesse economico generale” (i servizi pubblici, tra cui,appunto,i treni). Un vero e proprio taglio in due dell’Italia, che riporta la Nazione agli anni ’50. Noi non ci stiamo. Basta tagli. Basta calpestare la popolazione. Basta farlo con i soldi pubblici.
lunedì 19 marzo 2012
A titolo comunitario
Per le strade di Roma, e non solo, al fianco di un’idea di Europa che continuiamo a condividere, si aggirava un fantasma che già nella tarda mattinata di martedì ha svelato il suo mantello. E’ uscito fuori dal guscio il Metodo che si differenzia dal Merito per via della forma che porta ad assumere alla realtà.
http://www.youtube.com/watch?v=xTeQxLfloJ8
martedì 6 marzo 2012
Spin-off: la chiave dell’innovazione.
Avere un’idea non basta. Bisogna saperla gestire, organizzare e razionalizzare tutti i processi che conducono alla concretizzazione di questa idea. Inoltre è necessario che l’idea sia conforme alle esigenze del mercato affinché possa avere successo. Potremmo quindi definire innovativa, l’idea che dà vita ad un nuovo prodotto/servizio o quando questa creerà un nuovo processo di approvvigionamento, di produzione o di commercializzazione o anche nel caso in cui consentirà di ridurre i costi di questi processi. L’innovazione dunque è alla base della crescita e dello sviluppo di un sistema economico.
L’economia italiana, oltre ad essere caratterizzata da una crescita lenta, quasi nulla, presenta scarsi investimenti in ricerca e sviluppo, sia nel settore privato sia in quello pubblico. L’elevata pressione fiscale sulle imprese, la difficoltà di accesso al credito e l’eccesso di burocrazia non fanno altro che ostacolare il processo di nascita di nuove imprese, compromettendo anche la loro sopravvivenza. L’Italia per superare questo periodo di crisi ha bisogno di nuove imprese che possano garantire occupazione e che rendano più competitivo il nostro paese anche in ambito internazionale. L’Italia ha bisogno di innovazione!
Nel corso dell’evento organizzato dalla comunità di Arcadia, “Una generazione che non va in default”, abbiamo ribadito l’importanza di sostenere la nascita di nuove aziende di ricerca e sviluppo che partano dall’università, luogo di cultura e visione del futuro, secondo un processo definito spin-off.
Con il termine spin-off si intende il processo attraverso cui si realizza una separazione di una specifica attività nell’ambito di un’impresa e la formazione di un’altra impresa autonoma avente come business fondamentale l’attività oggetto della separazione. Tali processi possono avere origine anche all’interno delle università. In questo caso si parla di spin-off accademici, costituiti principalmente da professori e ricercatori universitari.
In Italia, infatti, le imprese investono poco in ricerca e sviluppo. L’attività di R&S è realizzata principalmente all’interno delle università, dove i progetti di ricerca realizzati da professori e ricercatori possono dar vita a nuove imprese che fanno di questo progetto il loro business.
A supporto della nostra proposta, come testimonia l’articolo de “ilSole24Ore” in allegato, i tre principali atenei romani sono molto attivi in questo senso e negli ultimi cinque anni hanno creato circa quaranta spin-off operanti in settori differenti. Non mancano però i problemi per queste start-up: tempi lunghissimi per ottenere l'erogazione dei finanziamenti pubblici, gravi difficoltà di accesso al credito, concesso solo sulla base di fatturati e capitale sociale, senza tenere conto del rating tecnologico dei progetti, ovvero del loro potenziale innovativo.
Gli interventi per garantire la crescita della nostra economia dovranno dunque riguardare anche questo fenomeno, il quale più di ogni altro, potrà fornire a questo paese la chiave per l’innovazione.
Paolo S.
Marò italiani, scarcerarli sì, liberarli... aspettiamo
giovedì 23 febbraio 2012
Punto e virgola

Punto e virgola ; una Comunità che non vuole mettere il punto ma andare a capo.
La Comunità politica di Arcadia è lieta di invitarvi all'evento "Punto e virgola - una Comunità che non vuole mettere il punto ma andare a capo", la giornata identitaria in cui i militanti della Comunità presenteranno il Manifesto di Arcadia.
A far da cornice all'evento, la suggestiva location del Palazzo Baronale di Gavignano, in provincia di Roma.
PROGRAMMA.
Ore 9:30– Arrivo
Ore 10:00 – Apertura della giornata: “ Punto e Virgola” una Comunità che non vuole mettere il punto ma andare a capo.
Intervengono: Fabio D’Andrea e Alessandro Caruso.
Ore 10:30 – Inizio lavoro commissioni:
- Territorio: coordinano Michele Mannarella e Simone Sassetti
- Cultura: coordinano Gabriele Rizza e Matteo Smacchi
- Università: coordinano Giuseppe Romano (CDA dell’Università di Roma “ La Sapienza”) e Liano Magro (Esecutivo Nazionale di Azione Universitaria)
Ore 13:30 – Pranzo
Ore 15:00 – Plenaria. Presentazione del Manifesto della comunità Arcadia
Modera: Jennifer Gridelli
Presentazione del Manifesto: Gabriele Rizza
Interventi e dibattito
Conclusioni: Alessandro Petroli
una Comunità che non vuole mettere il punto ma andare a capo
giovedì 16 febbraio 2012
Gabriele Sandri, giustizia giusta
Due giorni fa la Cassazione si è pronunciata sul processo Gabriele Sandri, ucciso dall'agente di Polizia, Luigi Spaccarotella, l'11 Novembre 2007, nella stazione di Badia al Pino, vicino Arezzo, nell'Autostrada A1. L'ultimo grado di giudizio ha confermato la condanna a 9 anni e 4 mesi con l'accusa di omicidio volontario inflitta all'agente nel secondo grado di giudizio (capovolgendo la sentenza del primo grado, in cui Spaccarotella era stato accusato di omicidio colposo, e condannato a sei anni). Tra i tanti articoli che sono circolati dall'immediato post-sentenza, vorremmo condividere sulle nostre pagine quello scritto da Maurizio Martucci, giornalista e scrittore, scritto su "Il Fatto Quotidiano"."Gabriele Sandri, giustizia giusta.
Omicidio volontario, è andata come doveva andare. Una sentenza definitiva che consegna alle patrie galere un pistolero che scambia l’autostrada più trafficata d’Italia in un far west, sfoderando dalla fondina l’arma d’ordinanza, esplodendo due colpi di rivoltella, uno ad altezza d’uomo e contro una macchina in transito nell’altra carreggiata, con cinque giovani a bordo. Uno lo ammazza. “Il diritto non è un terno all’otto – ha detto ieri in Corte Suprema di Cassazione il Procuratore Generale Francesco Iacoviello – se pensassimo che lo sparatore fosse un pregiudicato, qualsiasi giudice impiegherebbe 20 secondi a condannarlo. Se invece pensassimo che a sparare fosse un tifoso, sarebbe stato condannato in 40 secondi”. Al di là della timing, è l’elementare principio della legge uguale per tutti. Perché l’11 Novembre 2007 sparò e uccise Luigi Spaccarotella, agente della Polizia Stradale, in servizio proprio su quel tratto autostradale.
Ultras contro polizia, tifosi ACAB contro tutori dell’ordine, come in un film. Su questa dicotomia si è cercato di far ruotare l’impalcatura immaginaria del processo, ma anche il dibattito nell’opinione pubblica. Quanto di più depistante per coprire impulsività e irrazionalità alla base dell’omicidio di Gabriele Sandri. Perché quando il galeotto Spaccarotella decise di esplodere il colpo mortale, Gabbo non era stato riconosciuto come sostenitore laziale (non aveva bandiere né sciarpe). Perché, per assurdo, anche se Sandri fosse stato il peggior pregiudicato e il più efferato criminale ricercato sulla faccia della terra, per come sono andati i fatti, riferiti da 5 testimoni super partes (pure una guida turistica giapponese!), Gabbo non meritava di essere ucciso in quel modo barbaro. Sparato a da una parte all’altra dell’autostrada, come una preda sacrificata al poligono di tiro. Sarebbe bastato semplicemente prendere il numero di targa della sua macchina, avvertire e chiudere i caselli dell’A1 per procedere all’identificazione degli occupanti del veicolo. Punto e basta. Nel rispetto di regole, legge e diritto. La cosa più normale del mondo che un pubblico ufficiale, codice penale alla mano, può e deve fare.

“Mi è stato riferito di alcune gravissime dichiarazioni rilasciate stamattina su Canale 5 dall’onorevole Daniela Santanché – scrive oggi su Facebook Giorgio Sandri, riferendosi ad un attacco della berlusconiana alla sentenza – significa infangare per l’ennesima volta l’operato e l’indipendenza della magistratura, omettendo tre gradi di giudizio. La politica deve capire che c’è un limite a tutto: dopo Ruby nipote di Mubarak… si vuol dire che Gabriele si è ucciso da solo? E che Spaccarotella è innocente? C’è chi continua a soffiare sul fuoco nel tentativo di contrapporre le tifoserie alle forze dell’ordine. L’Italia deve trovare il coraggio di cambiare.” Come dargli torto? Come continuare a sostenere l’insostenibile, solo per utilitaristici tornaconto personali e pure di basso profilo politico? Perché ostinarsi a negare evidenza e realtà dei fatti, nonostante l’autorevolezza del pronunciamento del vertice della giurisdizione ordinaria?
“Mi avete condannato prima voi della stampa. I processi si fanno nei tribunali, non in televisione”, ha detto ieri sera un arrabbiatissimo Luigi Spaccarotella ai microfoni del Tg1, dimenticandosi che proprio un tribunale (e non massmedia e piazza forcaiola) l’ha condannato a 9 anni e 4 mesi di carcere, con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Strano che Spaccarotella dimentichi i tempi in cui aveva tentato di utilizzare stampa e tv per invertire i ruoli di vittima e carnefice. E’ ancora on-line un servizio fotografico in esclusiva per L’Espresso che lo ritrae in un candido abito bianco da buon samaritano sulla scena del delitto. E come dimenticarsi le performance in simultanea al Tg2, su Sky e Canale 5, in cui si sperticò a cambiare (ad usum delphini) la versione dei fatti, negandosi poi all’interrogatorio in aula davanti ai giudici? E come non ricordare l’apparizione a Quarto Grado su Rete 4, in cui percorse mediaticamente la pista della pietas cristiana e della captatio benevolentiae, presentandosi a tiro di telecamera, strappa lacrime, con un rosario in mano?
L’uccisione di Gabriele Sandri, una giornata buia della Repubblica, fu il sottotitolo del mio libro uscito nel 2008, in libreria prima ancora della fase dibattimentale in Corte d’Assise. Già all’epoca, analizzando in un’inchiesta verità il caso, senza tabù né peli sulla lingua scrissi apertamente che si trattava di omicidio volontario. Watchdog function, quasi un secolo fa ripeteva Lord John Reiht, storico direttore della BBC. Evidentemente non mi ero sbagliato."
Maurizio Martucci
Fonte: Il Fatto Quotidiano , 15 Febbraio 2012
sabato 11 febbraio 2012
Non voglio mica la luna
Si perché, passi il “bamboccioni” del fu-Padoa Schioppa. Passi una delle tante boutade del Cavaliere sull’andare a lavorare all’estero (oltretutto, di fronte alla folla di Atreju, con noi presenti che ci guardavamo tra l’incredulo e l’incazzato), e per cui si sollevarono comunque polveroni su polveroni. Ma tre di fila, in rapida successione, dette da tre rappresentanti del governo apparentemente più sobrio che l’Italia abbia mai visto, ci lasciano perplessi.
Cominciamo dall’ultima, di pochi giorni fa, della Cancellieri, in cui il ministro, in poche parole, dichiara un malcelato disprezzo verso quell’Italietta che, rispetto all’Europa, è mentalmente ferma al posto fisso vicino a mamma e papà, aggiungendolo al carico alle dichiarazioni – con annesso diritto di mal interpretazione – del Professor Monti che ci fa capire senza troppi giri di parole che per noi, nuove leve d’Italia, il posto fisso sarà solo un “brutto” ricordo del passato, liquidandolo addirittura come monotono. E invitandoci a prendere in considerazione l’idea di un futuro lontano dall’Italia (a ben vedere simili alle parole di Berlusconi, ma con tono decisamente meno giocondo, e senza però il sollevarsi dell’opinione pubblica, stavolta). E per ultimo le parole del sottosegretario Martone, il più giovane del tecnico team di governo, secondo cui chi non si laurea entro i 28 anni è uno “sfigato”, senza troppi giri di parole, senza casi specifici, senza se e senza ma.

Prese singolarmente, sono dichiarazioni che lascerebbero il tempo che trovano. Ma unendo i pezzi del puzzle, ne esce fuori un quadretto da far mettere le mani nei capelli.
Ma oltre alla sacrosanta domanda che ci viene in mente (“Ma che vi abbiamo fatto di male?” di cui sopra), si aggiungono anche una serie di riflessioni. Giuste o sbagliate che siano.
Innanzitutto, cominciamo dal dire che il problema forse non sono tanto i giovani, il posto fisso, o lo stare vicino a casa (su cui, sinceramente, in questi termini, non ci vediamo granchè di errato). Quanto della mancanza di opportunità di entrare nel mercato del lavoro.
Parlare di posto fisso, nell’epoca del precariato, sembrerebbe appunto un’utopia. E forse, proprio perché giovani, siamo utopici. Forse anche questo è un segno dei tempi. Un tempo si rincorrevano le ideologie, troppo utopiche per essere attuate alla lettera. Oggi si insegue un posto fisso e una stabilità.
Ma torniamo a noi. Parlare in quest’epoca storica di posto fisso, come dicevamo, sembrerebbe un’utopia, sarebbe poco opportuno. Il problema è che, di contro, questa generazione si ritrova davanti un precariato che non ha nulla a che vedere con quello che viene applicato nel resto d’Europa, e al quale i nostri “tecno”-ministri si ispirano. Ovvero quella “flexicurity” che però è attuabile solo se ci sono molte opportunità di lavoro. Altrimenti ci si ritrova in quella “tonnara sociale” che è l’attuale sistema, la cui rete sono i pochi posti di lavoro e mal retribuiti, e le prede i milioni di giovani che fanno anche a gara per accaparrarsi il posto (che tralaltro spesso non tiene nemmeno conto delle varie competenze e degli studi di ognuno) pur di iniziare quell’esperienza necessaria per entrare nel mercato del lavoro, e cercare di ambire a posti più qualificanti.
E senza contare dimenticare quei giovani (ma anche non più giovani) che non hanno scelto un percorso universitario, ma si sono riversati nel mondo del lavoro, nelle fabbriche, nelle aziende, che si trovano a lottare con le scelte delocalizzatrici dei loro datori di lavoro.
A questo, si aggiunga anche la difficoltà di poter accedere ad un mutuo, per il quale bisogna rilasciare delle garanzie che l’attuale sistema lavorativo precario non può dare alle banche, e la conseguente difficoltà di abbandonare mamma e papà ancora alla veneranda età di 30 e passa anni per potersi fare una famiglia.
Il quadro appena accennato certo non è dei migliori, e in qualche modo, si, è anche normale rifugiarsi nell’utopia del posto fisso, monotono, ma vicino a mamma e papà, e alle proprie radici e tradizioni.
E se lo dicono dei ragazzi che, per continuare a studiare, sono andati chilometri e chilometri lontano da casa, abbandonando quel nido che la Cancellieri non vorrebbe neanche sentir nominare, e vivendo delle esperienze estranee a quelle del nucleo familiare, forse un minimo c’è da starci a sentire. Anche perchè, non stiamo certo chiedendo la luna, ma solo la certezza di avere un futuro.
Soprattutto perché siamo noi quei giovani a cui il ministro Fornero si è rivolta all’inaugurazone dell’anno accademico all’Università di Torino, secondo cui “se non riusciremo a convincere i giovani del tentativo di questo governo, avremo fallito il nostro compito, perché è per dare prospettive ai giovani che questo governo è stato chiamato. Ad oggi, sinceramente, possiamo dire che no, non ci hanno per niente convinto. Non è maltrattandoci che ci convinceranno.
giovedì 9 febbraio 2012
10 Febbraio : uccisi perchè italiani

Non era una questione di appartenenza politica o sociale, ma una questione di nazionalità e di lingua. Tutti coloro che non volevano collaborare venivano imprigionati, legati l’uno con l’altro all’imbocco della foiba e fucilati, in questo modo i corpi precipitavano in fondo, dove anche se si era rimasti vivi era impossibile risalirne. Vennero gettati uomini, donne e bambini, senza distinzione: ecco l’uguaglianza di genere dei partigiani jugoslavi.
L’omertà non risiede solo nel sud Italia, infatti molti furono gli italiani che accettarono lo status quo senza dire nulla, sia in Istria e in Dalmazia che nel resto d’Italia. Molti addirittura collaborarono, è il caso di molti militanti comunisti italiani, che speravano di costruire dopo la guerra, il paradiso in terra con il comunismo di Tito. Forse fecero quello in terra, ma quello nell’aldilà probabilmente no. I cosiddetti “infobiati”, furono circa 20.000 persone, alcuni studiosi dicono 30.000 altri 10.000, quantificare è difficile perché molti corpi non vennero recuperati, le autorità dei paesi del Balcani, anche in tempi recenti, non hanno mai voluto collaborare alle indagini e cosa ancor più grave l’Italia della Costituzione, si mosse troppo tardi per capirne di più. Del resto, per molto tempo, i soli a sapere come le cose andarono furono i profughi italiani che lasciarono le loro case, la loro terra, le radici che furono e quelle che dovevano essere. Questi furono circa 350.000. Quando molti di questi arrivarono a Bologna dopo il 25 Aprile del 1945, perchè le truppe della Repubblica Sociale Italiana dovettero abbandonarli per la sconfitta subita, furono accolti dal grido “Fascisti”, furono scherniti e abbandonati . E c’è chi dice che gli italiani sono il popolo più solidale nella misera e nella difficoltà.
Del resto tutto andava bene se chi doveva essere giustiziato fu giustiziato, se la Chiesa e la sezione del Partito comunista erano aperti; e ci si dimentica delle sofferenze dei nostri fratelli quando arriva il “ Piano Marshall” dagli Stati Uniti a portarci benessere.
Solo recentemente il Parlamento ha stabilito il “10 febbraio” come giornata del ricordo. Ci sono voluti più di sessant’anni per onorare degli italiani uccisi in quanto italiani, per ricordare italiani che furono costretti ad abbandonare le loro case. Si spera che almeno chi aveva la responsabilità di aiutare quella gente, chi doveva parlare ai ragazzi nelle scuole e nelle Università di quanto è accaduto, non abbia la coscienza apposto, ma forse per come a volte va l’Italia è molto probabile che queste persone sostengano di avere avuto ragione. Allora chissà, forse vorranno restare o sono restati nel Paradiso terreno di Tito, Stalin e di buona parte del PCI italiano.
Gabriele
martedì 7 febbraio 2012
Peter Pan: "C'è chi vuole diventare grande in Italia"

« L’eco del ministro Cancellieri al sottosegretario Martone e al Premier Monti ci convince che i tecnici non hanno fiducia nelle giovani generazioni. Continuate a offenderci in tanti modi, a dipingerci come sfigati, monotoni, mammoni. Siamo in tanti a vivere lontani da casa, ma data la scarsa fiducia che i baroni al Governo hanno delle nostre generazioni saremo costretti a restare lontani dall’Italia. Ci vorreste rigidi come gli svedesi, silenziosi come i danesi, freddi come i tedeschi, vecchi come voi, ma noi resteremo sempre quelli che siamo: giovani. » - dichiara l’eterno fanciullo Peter Pan. I dirigenti della comunità politica di Arcadia, vicina al PdL, si immedesimano ironicamente nell'eterno ragazzo per replicare all'infelice battuta del ministro dell'Interno. E prosegue: «Le politiche di flexicurity che volete adottare mirano solo ed esclusivamente all’anello debole della catena, infischiandosene dei poteri forti che sobriamente difendete. Inutile polemizzare sul posto fisso, noi non l’abbiamo mai conosciuto; noi crediamo nella flessibilità a parità di garanzie e soprattutto in presenza di opportunità lavorative. Piuttosto che tornare penso che resterò qui con Capitan Uncino, anche se devo ammettere che il mio sogno nel cassetto è di diventar grande in Italia".« Faccio più di un lavoro al giorno, non ho garanzie, non riesco a far quadrare i conti e ci vorrebbe la bacchetta magica per comprare nuovi vestiti. Di firmare un contratto non se ne parla, pare che non convenga assicurarmi. Volevo comprar casa e lasciare quella di famiglia, ma senza garanzie non mi concedono alcun mutuo.» ha aggiunto Cenerentola. Lo sberleffo dei giovani di Arcadia continua con l'immedesimazione nella sognatrice protagonista della favola di Walt Disney. «Mi piacerebbe anche metter su famiglia quando troverò un ragazzo - ormai non più necessariamente un principe azzurro- ma di questi tempi dicono che sia una cosa dispendiosa. Ho tante ambizioni, per questo non voglio mollare. Mi piacerebbe» - conclude - «però che ci siano maggiori opportunità e rispetto per il valore di tanti giovani come me che, nonostante l’impegno i sacrifici, non vengono utilizzati per la crescita di questo paese. In fondo, non stiamo mica chiedendo la luna, ma solo un futuro degno di tale nome ».
